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Jean de La Fontaine - L'Asino e i suoi Padroni
D'un ortolano l'Asino soleva della sua sorte sempre lamentarsi, perché doveva alzarsi - egli diceva, - ogni mattina prima dell'aurora, e spesso prima ancora che si risvegli il gallo... e ciò perché? - La gran ragion qual è che mi rompon il sonno mio beato? Son quattro erbaggi e un cavolo che reco sul mercato -.
Così dicea la malcontenta bestia, finché per torla un poco di molestia la Sorte prova a dargli altro signore, mettendolo al servizio d'un certo conciatore. Ma fu malaugurato il benefizio, perché l'odor e il peso delle pelli fece parere i cavoli e gli erbaggi a portar molto più comodi.
- Ah! - grida allor la bestia sciagurata, - m'era ben dato prima facilmente senza spendere niente una foglia carpire d'insalata col volgere soltanto della testa. Or non mi resta, tolto ogni provento, che pigliar bastonate ogni momento -.
La Sorte, buona ancora a contentarlo, e per finire il guaio, appresso a un carbonaio pensò di collocarlo;
ma l'Asino non meno si lamenta. Allor fuori di sé la Sorte disse: - Questa bestia grulla mi dà da fare più di cento re. Crede d'esser la sola malcontenta e ch'io non abbia proprio da far nulla -.
La Sorte avea ragione. Della fortuna sua ciascun si duole, e d'ogni condizione sempre la peggio è quella che ci tocca. Se anche volesse Iddio la gente sciocca accontentar, credete voi che questa cesserebbe con pianti e con parole di rompergli la testa?