Coletta era una bambina povera.
Era carnevale, e a scuola ci sarebbe stata una festa in maschera. Tutti i suoi compagni, le avevano detto, si erano già comprati bellissimi vestiti, lei invece non poteva chiedere alla mamma,di fare una simile spesa.
Comunque a casa si sfogò:
Mammina!Come posso fare!
Non ti preoccupare, ci penso io!le rispose la mamma, la quale prese un bel po’ di carta bianca e di plastica trasparente, e la travestì da lampadina.
Alla festa, ogni bambino, doveva salire sul palco e recitare una poesia inventata. Non era una vera e propria gara. C’erano dolci, coriandoli e stelle filate per tutti, ma l’applauso del pubblico era diverso a seconda del gradimento per il costume.
Salì sull’impalcatura un ragazzino con un bellissimo mantello nero, e vestito, pure, tutto di nero. Da dietro una maschera sugli occhi, anch’essa nera, e brandendo una spada recitò la sua poesia:
Io sono Zorro, e con la mia spada,
ucciderò ogni nemico sulla strada!
Poi salì una bambina vestita da vecchina, cavalcando una scopa:
Io sono una strega, e con le magie e gli inganni,
farò venire agli altri gli occhi bigi e i malanni!
Fu la volta di un bimbo vestito da re:
Io sono il re, e voglio comandare;
per tutti gli altri deciderò il da fare!
Per ultima salì sul palco la nostra Coletta:
Io sono la lampadina,
e colla mia luce voglio illuminar il cuor d’ogni bambina!
Uno scroscio fragoroso di applausi festeggiò Coletta. La sua era davvero la maschera più bella, ma fantastiche erano state anche le parole della poesiola.

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